UNA FABBRICA DEI SOGNI CHIAMATA “GRAND HOTEL” |
Si fa presto a vedere storcere il naso di moltitudini di interlocutori culturalizzati dicendo “fumetto popolare per adulti”, o, peggio che mai, “fotoromanzo”. La cultura, quando diventa presuntuosa, toglie le boe del riferimento, e fa nascere supponenze che meglio sarebbe indirizzare verso cause più nobili.
Dire “fumetto popolare per adulti” e “fotoromanzo” è dire Grand Hôtel, e già il nome stesso del giornale fa da traino alla fantasia, insinuante, sfarzoso, improbabile. Un’idea di lusso calata sopra un’Italietta coperta di rovine, abitata da anime sconvolte da tutto, e alloggiate in corpi sotto la media nutrizionale, mascherati dentro vestiti goffi e rivoltati, freddi dei residui di stoffaccia autarchica, calzanti scarpe con i salvatacco e i salvapunte in metallo, inchiodati, che sferragliavano sui selciati richiamando recenti e infausti deliri militareschi. Cioè l’Italia povera, provinciale e scalcinata dell’immediato dopoguerra, dove la cultura d’accordo, Dante e Petrarca e Manzoni, e tutti i fior di intellettuali che c’erano; non fosse stato per quei milioni di analfabeti totali, e per gli altri milioni di malamente alfabetizzati che, terminata la quinta elementare, avrebbero da allora in poi letto solo le insegne dei negozi.
Allora c’è poco da arricciare il naso: piaccia o non piaccia, Grand Hôtel è diventato una risorsa culturale, ingenua finché si vuole, ma destinata a quella fascia larghissima di persone che non avrebbero altrimenti mai preso in mano qualcosa di stampato. Grand Hôtel ha tenuto gli occhi della gente sulla magia dei simboli che diventano parole, e non importa se le storie apparivano scontate, mielose, talmente cariche di buoni sentimenti da sembrare estranee a qualsiasi realtà. In una terra squassata da tutte le brutture che c’erano state, era di buoni sentimenti e di lieto fine che la gente sentiva il bisogno.
Da quelle pagine ingenue, però, dove i buoni erano buonissimi e i cattivi cattivissimi, a volte emergevano richiami letterari nobili (due titoli a caso: “Il padrone delle ferriere” e “Romeo e Giulietta”) e usciva un messaggio consolatorio, con le Rollei dei fotografi che immortalavano scenografie di tutto rispetto e attori a tutto tondo (Romeo era Vittorio Gassman, per dire), mentre le matite dei disegnatori lasciavano un patrimonio grafico nitido ed elegante, e tutto ciò nel bianco e nel nero che erano i colori della bandiera di quelle anime spaventate, eppure piene di speranza.
Con una eccezione: le copertine, colorate, sogno nel sogno, con le loro ragazze bellissime, per lo più bionde, dalle lunghe gambe iperproteiche da noi mai neppure immaginate, vestite con una eleganza che strideva con l’usuale rabberciarsi addosso qualcosa purché fosse, e i giovanotti, bruni, aitanti come in Italia non se ne erano ancora visti senza una divisa tedesca o america addosso, imbrillantinati, forzatamente eleganti nell’orpellume di giacca-camicia-cravatta qualsiasi cosa facessero, narcisate e gite in barca comprese; il tutto in uno sfondo urbano o agreste pacificato, senza rovine, senza paure, senza il ricordo dei tanti lutti che avevano funestato la penisola.
Perciò che si arricci pure il naso di fronte a queste “robucce per servette che la domenica andavano per balere con i calzini di cotone e i peli sulle gambe”, come è stato scritto da qualcuno che aveva una grande penna e una sensibilità piccola. Però si cerchi anche di immaginare cosa sarebbe stato quel mondo, se milioni di persone non avessero atteso con ansia l’appuntamento settimanale con l’edicolante. Perché da cosa può nascere cosa, e l’oceano è fatto da gocce d’acqua.
Giovanni Chiara
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