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Anni 50 – il mercato ortofrutticolo.
 
Testi e immagini forniti da "QUATTRO"


Anni 50 – il mercato ortofrutticolo.
Tutto aveva inizio la notte, nelle ore più profonde del nostro sonno. Decine i camion che, brandelli di nebbia attaccati alle ruote, arrivavano dal sud carichi di verdura e frutti ancora caldi del loro sole bruciante. Non li sentivi. Li accompagnava il silenzio dell’alba delle campagne assonnate e, così come erano partiti, scivolavano intatti (i conducenti con indosso l’abbraccio ancora delle mogli) attraverso un ingresso laterale di viale Umbria, nella vasta e ancora deserta “arena” del mercato ortofrutticolo, l’attuale largo dei Marinai d’Italia, per intenderci. Dei piccoli edifici che gremivano questo piazzale, rimane oggi la sola Palazzina Liberty, ma tante palazzine di eguale dignità e bellezza si sarebbero potute sottrarre ai picconi degli anni ’60, picconi senza prospettiva storica che scambiavano l’antico con il vecchio. Tanto avevano potuto fare 5 anni di guerra, tanto spietata da cancellare memoria e consapevolezza di almeno 30 anni di storia. Solo da poco, da pochissimi anni, sempre più frastornati sui tram, per le strade e ovunque da nuove lingue sconosciute che coprono la nostra voce, ricominciamo a balbettare quello che ancora ricordiamo del dialetto milanese. Sentendo le nostre radici (non più concimate dai sentimenti) scollarsi dai piedi, corriamo ai ripari restaurando e ricompattando quel poco dell’antica Milano popolare che è rimasto, prima che cada definitivamente in rovina. Ma se ci riflettiamo bene, ci sarebbe stata una ragione in più per conservare questo contesto, perché è proprio in questa arena che il nord e il sud, separati irrimediabilmente dalla guerra, tornarono ad avvicinarsi o, per la prima volta, si conobbero veramente. Ma torniamo al silenzio di quei camion, la cui signorilità ci consentiva di dormire tranquilli con dentro tutti i nostri sogni integri almeno fino alle primissime ore del mattino. Alcuni dei loro autisti, padroncini e quindi più abbienti, trascorrevano le poche ore che rimanevano della notte, in un piccolo albergo ricavato all’interno di quegli edifici Liberty ad un solo primo piano che ora sono occupati dalla Polizia Municipale e dal C.R.A.L. del Comune di Milano, recentemente qui trasferitosi. Nessuno allora avrebbe potuto prevedere che il figlio, allora ancora ragazzino, del titolare dell’Albergo Stella (così si chiamava) sarebbe divenuto nei nostri anni il notissimo Chef Marchesi. E, in effetti, dello stile di questo straordinario gastronomo, lo Stella non aveva proprio niente, anzi. Era dotato, al piano terra, di un lunghissimo bancone sul quale scorrevano, da un capo all’altro, boccali di birra a dribblare ragguardevoli pantegane o si abbattevano le teste stanche dei camionisti. Disponeva di qualche “camera da letto”, dove per letto si intendeva uno spartano materasso imbottito di paglia che insofferente a quei massicci deretani, sbucava qua e là dalle lenzuola. Latrina, una per tutti, in cortile naturalmente e qualche sgualdrinella male in arnese che ci passeggiava attorno con la pila elettrica accesa a fare segnali intermittenti non corrisposti da corpi esausti dalla fatica. Silenzio si diceva. Durava più o meno fino alle cinque. Ma poi….poi difficile trovare le parole. Il caos proprio per sua definizione è inesprimibile e il rumore che produce impossibile da riprodurre appunto. Prima erano pugni tremendi (di quelli che del “confort” dell’albergo Stella non avevano potuto usufruire) sferrati alla saracinesca del bar Bailini (ora Bajlini). Pugni che trovavano la loro forza nella “distanza” da cui provenivano (il sud). Seguivano imprecazioni nei diversi dialetti del meridione, per indurre il titolare del bar ad aprire e a dare il via alla quotidiana sequenza dei grappini. Il mio appartamento situato al primo piano proprio sopra il bar, traballava a lungo assieme allo stabile e solo dopo i primi sorsi, riprendeva l’originaria stabilità: un assaggio dei terremoti di cui soffrivano i loro paesi, più probabilmente colpi sferrati al nostro benessere e a quella stabilità appunto, insopportabile agli occhi di chi come loro sopravvivevano inventandosi ogni giorno la vita. Dall’interno del bar replicava ogni santa mattina una voce cavernosa da ciclope ferito all’unico occhio disponibile. Era la voce del titolare del bar, il signor Carlo, una figura enorme da “gladiatore”. Il tanto volume “padano” della sua ugula, presagio dei lunghi anni che, dopo di lui, avrebbe dovuto coprire, prima che ne nascesse un’altra di altrettanta paurosa potenza. Il Carlo nella circostanza, sollevava la saracinesca con i soli pollici e il fiato delle sue ingiurie era sufficiente a fare arretrare di qualche metro gli avventori urlanti. Seguiva appunto una prolungata bevuta generale che cacciava in fondo allo stomaco i chilometri percorsi e dava loro (sorseggiatori all’ombra degli ulivi di liquori dolci amari come le terre che abitavano) una mano ad integrarsi, anche quel giorno, alla frenesia di noi del nord. Ma il peggio (in quanto a casino) doveva ancora arrivare. (continua) Gianni Tavella

 
   
 
   
   

 
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