Una "astronave" in via Tito Livio |
|
Pausa pranzo in un giorno infrasettimanale: mi trovo in un bar in zona Colletta-Umbria e la mia attenzione viene attirata da due signori che discutono animatamente. Il tema del dibattito é un nuovo edificio e la cosa mi intriga: é sempre bello vedere come l'architettura susciti le passioni dei cittadini. Le opinioni dei due sono discordanti: uno gradisce la nuova presenza in quanto "é moderna", l'altro la critica sostenendo che "ricorda un'astronave atterrata nel quartiere".
L'edificio in questione é quello in fase di completamento all'inizio di via Tito Livio, quasi in viale Umbria, e, in effetti, non si segnala per la volontà di passare inosservato. Si tratta di un fabbricato di otto piani fuori terra, caratterizzato da soluzioni di dettaglio ricercate e da materiali costruttivi pregiati: il cosiddetto “edificio signorile”. il piano terra é prevalentemente vetrato con destinazione commerciale; seguono cinque piani rivestiti in pietra con terrazzi alternati a parti finestrate. Negli ultimi due piani, infine, emergono le valenze estetiche dominanti dove i progettisti introducono un volume centrale convesso che si protrae verso la strada: una "maschera scura" distinta matericamente dal resto dell'edificio, di ordine geometrico emergente, che definisce lo spazio dei terrazzi degli attici più pregiati.
Il tema, non semplice, è il seguente: quale giudizio è possibile esprimere a proposito di questa nuova presenza? E’ sempre più difficile giudicare - oggi - una singola architettura, a maggior ragione quando questa si impone nel paesaggio soprattutto attraverso forme estetiche forti: troppi codici linguistici differenti contraddistinguono, infatti, la società frammentata contemporanea, ben diversa da quella del primo ‘900 quando esisteva uno stile ed un’immagine urbana condivisa. Il rischio di valutazioni di gusto eccessivamente soggettive del tipo “mi piace o non mi piace”, per quanto legittime, è sempre presente.
Tuttavia una valutazione qualitativa per quanto riguarda le questioni che ci interessano, il paesaggio urbano, può essere affrontata ragionando almeno su due ambiti tematici.
Il primo, in termini di contributo che, al di là delle sue scelte estetiche, il singolo manufatto sia in grado di offrire per una migliore fruizione fisica e percettiva di quel luogo, ovvero al completamento del disegno urbano della via Tito Livio all’interno del più generale paesaggio del quartiere. Provate a percorrere a piedi la via Tito Livio, da piazza Salgari verso il centro, e osservate l’intera cortina edilizia della strada (foto n°1): l’edificio si inserisce in una sequenza prospettica interessante, con il primo palazzo alto, il successivo complesso scolastico razionalista più basso, e l’ultimo volume edilizio, di nuovo alto, superata la via Lattanzio. Il nuovo fabbricato contribuisce proprio a dare forza a questa ultima quinta urbana in affaccio su viale Umbria e sul boulevard alberato del viale Cirene: forse è troppo alto, e la definizione formale degli ultimi piani è eccessivamente confusa, ma questo rafforzamento dell’innesto della via Tito Livio sulla circonvallazione pare significativo.
Una seconda considerazione può essere sviluppata a partire dalla definizione più di dettaglio del manufatto architettonico e del suo linguaggio stilistico, e torna utile per sottolineare una più generale tendenza progettuale ricorrente nella cultura architettonica contemporanea, al di là del singolo caso in esame.
L’edificio, infatti, non si accontenta di completare la cortina edilizia sulla via Tito Livio: al contrario, pretende di essere visto. La regola stilistica introdotta è il profilo convesso dell’intero prospetto, esaltata con il volume formale maiuscolo degli ultimi due piani (foto n°2). Da nessuna parte sta scritto che la buona architettura sia quella che debba passare inosservata nelle forme della città, tuttavia sembra legittimo sostenere che a volte l’architettura contemporanea esageri nel volere auto-esibirsi.
In queste stessa pagine (Quattro, numero di ottobre 2004) ci si era già soffermati su tre tendenze emergenti nell’edilizia contemporanea milanese (“architettura come prodotto del mercato immobiliare”, “architettura incompleta”, “architettura come ricerca innovativa”): l’edificio di via Tito Livio pare dunque introdurre una quarta tendenza, quella dell’”architettura come esibizione”.
Per concludere. In queste poche righe si è proposta una lettura dell’edificio su due livelli tematici paralleli: nel suo rapporto con lo spazio urbano circostante, e come espressione linguistico-tipologica del singolo manufatto che il progettista individua.
Questa doppia valutazione può forse tornare utile per sviluppare un discorso critico sull’architettura nella città e nel paesaggio contemporaneo. Vito Redaelli
|