1950: il mercato ortofrutticolo (2° puntata) |
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Dopo la bevuta generale, consumata tra l’albergo Stella e il bar Bailini, dei trasportatori del Sud per quel giorno non se ne sapeva più niente ingoiati forse dalle nostre nebbie che andavano ad incrementare quella nelle loro teste, in quelle poche ore che li separavano dalla partenza per i paesi d’origine. Qualcuno di loro ammetteva candidamente che Milano, per quelle nebbie che la rendevano invisibile, in tanti anni non era mai riuscito a vederla.
Usciti quindi dalla scena, era la volta dei camion del profondo Nord. In verità camioncini di bottega dei fruttivendoli, provenienti da tutte le province, tenuti insieme con lo sputo e con il desiderio di riscatto che contagiava un po’ tutti in quegli anni. Nelle intenzioni d’acquisto dei conducenti, le preferenze della loro clientela, la sciüra Maria con tre figli grandi in casa (erano stati partigiani e faticavano a tornare ad una vita normale) che adoravano le cime di rape pugliesi, la zitella di paese casa chiesa e problemi intestinali (conseguenza delle emozioni patite durante la guerra) che a seconda delle necessità, si lessava ogni sera prugne secche o mele ruggini, o quell’altra (sempre zitella) che non si faceva mai mancare, prima di coricarsi, il pediluvio nel catino con l’infuso di erba salvia e rosmarino o altre spezie rigorosamente del Sud. Sarebbero stati quindi acquisti mirati e contenuti i loro, anche per far quadrare i conti della “ragioneria” ben riposta in una tasca del grembiale delle “regiure”, (le mogli venditrici di fatto imprenditrici) che aspettavano il ritorno dei mariti sulla soglia del negozio, mani sui fianchi, con nelle cassette quel poco rimasto invenduto.
Frutta e verdura quindi destinata a passare di mano dall’estremo Sud all’estremo Nord, ma verdura e frutta che, specie nel caso degli agrumi, avrebbero, nel percorso, via via perso (sembrava di vederne la scia) il loro sapore e profumo, vuoi per nostalgia, vuoi semplicemente per il freddo (elemento a loro del tutto sconosciuto) sempre più pungente. Né era sufficiente a ripararli la buccia, equivalente ad un misero spolverino calato sulle spalle per uno di noi che si fosse trovato a passare per la Siberia.
Si sarebbero ritrovati comunque in bellavista sui banchi di un fruttivendolo di Varese o di Lugano, pressati l’uno all’altro, smunti e con poca vita addosso. Un po’ come le ballerine d’avanspettacolo di quei tempi, spinte senza tanti riguardi dall’impresario sul palcoscenico a fare la “passerella” finale, letteralmente “divorate” dagli occhi eccitati degli spettatori.
Le stesse facce dei primi emigranti del Sud, schiacciate ai finestrini dei pullman della Fiat che li portavano per la prima volta in fabbrica, destinati ad essere “spremuti” come quegli agrumi. Al principio li faceva resistere un filo di speranza, lungo però mille chilometri e più, teso fra le loro radici e la nostra cultura. Ma troppo lungo e teso per poi non spezzarsi, lasciando quelle ferite mai più rimarginatesi che in seguito avrebbero pesato non poco sui rapporti tra la gente del Nord e quella del Sud.
Erano centinaia questi camioncini, un autentico oceano di carcasse simili a relitti di un naufragio. Si abbattevano sull’attuale Zona quattro (Porta Vittoria in particolare) invadendola in tutti i suoi angoli e sostando dove il caso li portava. Per tenersi al caldo, d’inverno i conducenti lasciavano i motori accesi e d’estate idem per tenersi al fresco (ai tempi era la sola ventola che procurava un po’ di confort in quelle occasioni): un rombo infernale e insistente che faceva vibrare i vetri delle finestre degli stabili e privava, nei letti degli inquilini, di ogni sentimento e desiderio le parole d’amore tra coniugi e non, pronunciate sotto le lenzuola tra un battere di denti senza sosta.
Alle 7 in punto, il suono lacerante di una sirena che, per i ricordi recenti della guerra e relativi bombardamenti, ti faceva scendere precipitosamente dal letto alla disperata ricerca delle ciabatte. Così aveva inizio la nostra giornata di abitanti della odierna Zona quattro. La sirena avvertiva dell’imminente apertura del cancello principale del mercato. E qui apriti cielo, oltre che il cancello. Si era da tempo radunata davanti all’ingresso una moltitudine di carretti a mano, carretti a cavallo e di uomini-facchino a piedi in un vociare assordante. Al suono della sirena, la moltitudine scattava come un sol uomo, andando regolarmente ad imbottigliarsi nell’ingresso che pure era capiente. Quelli sui carri a cavallo, schioccandole, alzavano le fruste al cielo con frequenti ricadute a terra a discapito dei facchini a piedi. Alcuni di questi, inferociti, montavano sulla groppa di quei possenti animali diventandone di fatto i fantini col risultato di farli impennare imbizzarriti. Nitriti e imprecazioni di ogni tipo. La stessa scenografia in pieno ‘400 del famoso dipinto “la Battaglia di San Romano” di Paolo Uccello, per intenderci. Scenografia che nulla aveva da invidiare appunto agli scontri all’arma bianca di quell’epoca, cavalli, cavalieri, gnomi, (gli uomini-facchino nel nostro caso…) un corpo solo e una sola anima.
La meglio l’avevano i carretti a mano che tra le due realtà, piccola e a piedi l’una, grande e a quattro zampe l’altra, si infilavano senza colpo ferire, raggiungendo per primi i box dei grossisti e riuscendo così a precedere il resto della ciurma nel caricare i prodotti destinati a quei camioncini fuori che attendevano la merce. Nella prima puntata si parlava di “arena” a proposito di quel piazzale, e arena era se si tiene conto della lotta “al coltello” tra i compratori che la gremivano, per accaparrarsi i prodotti migliori e a più buon mercato. I titolari dei box nella circostanza, tali e quali i “Cesari” romani, sollevavano o abbassavano il pollice destro nei confronti degli acquirenti, a seconda del potere d’acquisto che ritenevano avessero.
Sopra a tutti, a tutto quel caos indescrivibile, la statura eretta di una donna, l’unica donna in quel contesto esclusivamente maschile, in piedi sul suo carro, i capelli in competizione con la criniera del suo cavallo e le briglie ben serrate tra le dita (il femminismo là da venire nei rari casi in cui si manifestava assumeva inevitabilmente i toni dell’eroismo).
Giovane, non particolarmente bella, ma esile e con quel tanto di “virago” che la rendeva decisamente affascinante e al tempo stesso temibile, sarebbe entrata, in un secolo diverso, a pieno titolo tra le eroine dell’Orlando furioso. Il suo cavallo, per la verità, non era un granchè per fattezze, direi più vicino all’immagine che ci siamo fatti di “Ronzinante”, il destriero di Don Chisciotte, che ai muscoli dei cavalli concorrenti, le cui strutture sembravano scolpite da Michelangelo in persona. Ma il rispetto nei confronti di quella donna era comunque grandissimo. Il suo sguardo andava ben oltre l’area dei box verso la quale sembrava, come tutti, essere diretto. Era uno sguardo fisso, rivolto ad un punto imprecisato, ad un traguardo straordinariamente lontano del quale non esistevano riscontri visibili né nei dintorni né altrove.
Mentre degli altri “concorrenti” di questa gigantesca bagarre vedevamo uscire dal cancello le fisionomie ben note, della sua non si aveva più traccia, salvo ritrovarla il mattino seguente puntuale al solito posto davanti al cancello, con i lineamenti tesi come archi in procinto di scoccare frecce incendiarie e …”quello sguardo” ancora perdutamente “lontano”.
Ma un giorno (e fu per una circostanza del tutto fortunata, nessun merito da parte nostra quindi) scoprimmo il mistero di quello sguardo e della sua destinazione…
Andava a spegnersi dove mai, per nessuna ragione al mondo, avremmo sospettato.
Ma ne parleremo nella prossima puntata, statene certi.
(Continua, appunto)
Gianni Tavella
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