Parcheggi e spazi pubblici “in concessione”: il caso di piazzale Dateo |
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Tra i numerosi processi di trasformazione che coinvolgono la forma e l’uso del paesaggio milanese, quello dei parcheggi interrati promossi dall’Amministrazione comunale merita attenzione: cerchiamo, dunque, di costruirci un punto di vista critico osservando il caso di piazzale Dateo, la prima realizzazione (quasi) completata nella Zona 4.
Il “meccanismo” è semplice: il Comune seleziona delle aree di proprietà pubblica e promuove un bando di gara per assegnarne in concessione il diritto di superficie gratuita (per la durata di 90 anni) con l’obiettivo di realizzare dei parcheggi residenziali. Il vincitore della gara si impegna a vendere i box a prezzi convenzionati e a riqualificare lo spazio pubblico in superficie, assumendosene anche gli oneri per la manutenzione per la durata della concessione. Per dare l’idea delle dimensioni del fenomeno, l’ultimo bando (2004) prevedeva 46 nuove localizzazioni per l’intero territorio comunale, otto delle quali nella zona 4.
Come orientare, dunque, questo giudizio critico? Tra le numerose chiavi di lettura, troppo vaste per essere tutte affrontate in questa sede, ne scegliamo una: l’occasione di recuperare al paesaggio della città, e alle cosiddette utenze deboli, parti di spazio pubblico in termini qualitativi, proprio attraverso la realizzazione di questi parcheggi sottostanti. Un obiettivo non da poco, che a seconda dei diversi casi offre grandi potenzialità: completare il disegno dello spazio pubblico in continuità con le limitrofe aree verdi, e pavimentate, esistenti; contribuire a dare migliore definizione ai percorsi ciclo-pedonali, sempre troppo frammentati; aumentare le zone verdi ed alberate; rendere possibili, dove le caratteristiche dei luoghi lo consentono e lo richiedono, piccoli ma significativi completamenti edilizi in superficie con funzioni di pubblica utilità (asili, residenze per studenti, etc.). Se poi aggiungiamo che tale recupero possa avvenire a costo zero per l’Amministrazione, e, soprattutto, dando risposta (a costi convenzionati) ad una domanda sociale espressa dai cittadini (di posti auto), anche limitando il “dominio estetico” della presenza delle auto in sosta su marciapiedi e aree verdi che oggi accomuna Milano ad alcune città del terzo mondo, pare che il risultato possa essere significativo.
Detto questo, arriviamo al caso specifico di piazzale Dateo. Il parcheggio interrato si trova a due passi dalla stazione del passante ferroviario, tra viale Piceno, il prolungamento del corso Indipendenza e la via Poma. Il nuovo spazio pubblico in superficie si segnala per un disegno non eccezionale ma semplice e funzionale, anche condizionato dalla presenza della sede stradale che di fatto ha ridotto lo spazio recuperabile: verso viale Piceno c’è un piccolo volume edilizio con il gruppo scala/ascensore al parcheggio; una piazza lastricata con alberature, lampioni e delle sontuose panchine si trova in corrispondenza della fermata dell’autobus; segue, verso ovest, la rampa veicolare di discesa al parcheggio con accesso dal controviale, e, infine, una zona a verde fino al marciapiede della via Poma.
Il progetto offre spunti interessanti ma anche aspetti meno risolti: il volume edilizio si segnala per un aspetto gradevole che rende chiaro e leggibile il punto di contatto tra la città e il parcheggio, un tema progettuale importante; le nuove alberature lasciano intravedere un apprezzabile tentativo, forse troppo timido, di dialogare con il disegno alberato dominante del corso Indipendenza; la collocazione delle griglie di aerazione sembrano ben integrate con il disegno dello spazio in superficie. Tra gli aspetti meno convincenti, pare opportuno indicare l’eccessivo peso formale della solita rampa circolare di discesa al parcheggio (solita ma non inevitabile, se mi è concesso di indirizzare alla categoria degli architetti, alla quale appartengo, uno spunto di ricerca) che limita fortemente la continuità dello spazio pubblico, dividendolo in due parti, e rendendo confusa la percezione dell’intervento del corso Indipendenza; la stessa uscita pedonale dal volume edilizio sbuca su un piccolo marciapiede oltre il quale si trova una strada ad alto traffico, mentre sarebbe stato più utile definire una migliore integrazione dei flussi di uscita dal parcheggio verso la piazza lastricata.
In breve, pur mantenendo alcune questioni irrisolte, il caso Dateo dimostra come la localizzazione di un parcheggio possa portare ad un significativo recupero dello spazio in superficie, lasciando intravedere buone prospettive di microtrasformazioni diffuse nella città.
Per concludere, una speranza (indirizzata al Comune) per i futuri parcheggi e relativi disegni degli spazi: la sfida pare essere quella di perfezionare i criteri di scelta del promotore che si aggiudica la concessione trovando il modo di dare più peso al progetto proposto in superficie, lavorando dunque sul pur difficile tema della qualità delle sistemazioni superficiali che vengono proposte, nel rapporto con il contesto fisico e sociale. Allo stato attuale, i parametri per l’assegnazione delle aree in concessione sono per lo più quantitativi (numero e costo dei posti auto, garanzie economiche, etc.), e non risulta essere più che tanto importante la sostanza qualitativa delle sistemazioni esterne: questa parziale sottovalutazione delle necessità dei luoghi, diverse per ogni localizzazione, pare indicare un impoverimento della più generale strategia in atto. Vito Redaelli
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