Una volta la notte |
Chi non ha vissuto gli anni del dopoguerra non può neanche lontanamente immaginare la profondità delle notti di Milano di quei tempi. Molti di noi “superstiti” di Porta Vittoria certo non se le sono dimenticate malgrado il rombo delle auto non conceda più alla notte soluzione di continuità rispetto a quello devastante del giorno.
Senza parlare della luce spietata dei lampioni di oggi che non riconosce un minimo spazio vitale all’esistenza dell’oscurità.
La nostra vita è degenerata in un perpetuo affanno dovuto all’accelerazione impressionante che le è stata impressa e il tempo del giorno e della notte ne esce letteralmente sconvolto: brevi lampi (i giorni nostri), battiti di ciglia (le nostre notti). L’uno (il rumore) sembra volersi portare via, cancellandola per sempre, ogni traccia della desolazione di quelle ore della notte a Milano, senza tener conto della involontaria magia di quel silenzio irripetibile: una riflessione del creato, un lungo respiro, prima di una nuova azione, prima di ogni altra parola, di tutti noi, natura e uomini, dopo l’apocalisse che ci aveva devastato nella carne e nello spirito.
L’altra (la luce dei lampioni) sembra invece appropriarsi di quella del giorno, sottraendo alla notte quello che per diritto naturale le spetta: gli angoli bui, fitti di legittimi segreti e intimità, l’oscurità sull’abbandono di tutto ciò che di superfluo e irrisolto lasciamo dietro di noi del nostro giorno, forse la maggior parte dei nostri pensieri e delle nostre intenzioni.
E non ultimi, tra le scomparse a causa di questa luce che non dà scampo, gli abbracci (quelli nascosti che il buio rendeva invisibili e quindi unici) degli innamorati, quel loro frugarsi per conoscersi, quell’amore che nonostante tutto non cessava di battere nei cuori. Proprio quei battiti che avrebbero alimentato la speranza, mettendo a loro volta in moto i battiti delle macchine della ricostruzione.
I sogni di noi ragazzi di quei tempi erano nonostante tutto sereni, persino gioiosi. Rispecchiavano i giochi vissuti durante il giorno tra le macerie o le corse nei corridoi sopravvissuti delle case, sospesi nel vuoto. O i ritrovamenti dei residuati di guerra, un fucile, una cartuccera. Qualche volta persino un carro armato colpito a morte, fermo per sempre con il suo cannone dalla bocca esausta puntato al cielo, sul quale scivolare allegramente. Scoperchiando la botola in superficie, ma soprattutto approfittando della sua perduta offensibilità, ci infilavamo al suo interno per andarci a sedere al quadro comandi, simulando scontri e battaglie con il nemico. Un po’ come le formiche che ritrovano iniziativa e audacia appropriandosi del corpo morto e inoffensivo di un insetto più grande di loro, lo stesso insetto che da vivo evitavano con cura per la paura che incuteva. E poi le corse a rincorrerci nei corridoi senza luce delle cantine di allora (i “rifugi”), veri e propri labirinti nei quali volevamo perderci: un modo per cancellare la memoria di tutto quello a cui avevamo assistito.
Un gioco, il nostro, nel “gioco” della guerra, fenomeno quest’ultimo più grande di noi, incomprensibile ai nostri occhi. Ci pensava la nostra piccola mente a circoscriverlo a nostra misura, adattandolo a quella manciata di anni che avevamo.
Identico al nostro era lo “stato d’animo”, direi sereno, dei cavalli utilizzati per i lavori del vicino mercato ortofrutticolo, sistemati nelle palazzine Liberty proprio di fronte a noi abitanti di via Anfossi.
Da quelle stalle ogni tanto nitriti sommessi d’innocenza, rivelatori dei loro sogni fatti di biada e praterie sconfinate.
Più inquiete le notti degli adulti. Sonni interrotti dai bagliori improvvisi dei bombardamenti vissuti solo qualche mese prima o dalle fughe affannate di quei giorni, spinti dal suono sinistro delle sirene d’allarme, a precipitarsi lungo le scale dei condominii con in braccio i bambini per raggiungere le cantine, i cosiddetti “rifugi” come si definivano allora.
Costretti ad affacciarsi alle finestre per riprendere il respiro dopo questi sogni angosciosi, ai loro occhi la vista delle notti di quel lontano fine ’45: altre finestre che si illuminavano a intermittenza mosse dalle stesse inquietudini. Uniche presenze le sagome deformate della città e in lontananza ancora qualche fumo irriducibile (un filo di fumo/ sale all’orizzonte/ che le bombe hanno steso/ scoperto il cielo dove non c’era/ è il primo giorno del creato/ su quel che resta di Milano/…* Alzando gli occhi, luna e stelle velate in un cielo /… di nubi che non sanno/ se non quel cielo tornato vuoto/ che di nuovo tornano a riempire/.* Il mattino seguente sarebbero ripresi i colpi di piccone e il fragore delle ruspe ma sarebbero arrivate anche le cariole cariche di calce e cemento, ma intanto la notte, Milano ce la consegnava così com’era in quell’istante: ferita a morte con nessuno attorno a soccorrerla. Gianni Tavella
Una volta la notte*
Le auto quando ne passavano
Una o due non di più
Nella notte
Sollevavano volumi di silenzio
Coricato su pacifiche strade
Volumi di oscurità
Sospesa in un sonno profondo.
Al loro seguito
Si rimarginava l’istante scoperto
Della notte.
Di un risveglio
Che non avrebbe ricordato.
Gianni Tavella
*Dalle raccolte di Gianni Tavella “Con un’ultima onda sfinita”. Editore La Nuova Agape-1988 e “Per nessuno più che ci sia “ Editore “Moby Dick” – 2003.
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