I quadri di Serravalli visti da Marie-Claire Delamichelle |
|
Mi trovo al cocktail organizzato dalla redazione di "Quattro" e m'imbatto, più frizzante del prosecco che ho nel flûte, nelle ultime opere del pittore Gianluigi Serravalli esposte per l'occasione nel Salone di San Pio V in via Lattanzio.
I miei occhi, interessati al suo lavoro, me lo porgono espressionista di gesti, valori, sentimenti reiettati e luoghi caduti nell'oblio: cantieri portuali e fabbriche dismesse.
M'incastra un lieve flash di "Combine Paintings" ispirato a Rauschemberg, ed uno spessore cromatico carico di violenza fauve.
Il mio sguardo è in apprensione sui fili di rossa elettricità ad alta tensione che cercano di rianimare fino all'esasperazione questi valori perduti, in un continuo compositivo che s'infrange nelle sue stesse macchie policrome a volte stemperate in un attimo di respiro, altre volte soffocate, uccise, sotto spessi grumoli, immobili.
Ingabbiature metalliche, ancora elettriche, raggirate dal filo spinato che impedisce il fluire vero e nomade del sé, in conflitto con ogni imposizione, costrizione e condizione.
Osservo l'esuberanza del rivoltarsi, a tratti smorzato dall'interagire delle immagini, delle fasi rosse, spudorate e schiette, sviscerate dal suo profondo sentire libero.
Un'ultima occhiata scrutatrice e mi appresto ad apprezzare il tenace puntiglio dell'artista nello spolverare e sciorinare continuo di queste memorie innalzate nella sua processione interiore, forse introversa sì, ma fortemente marcata in un ciglio di positiva determinazione.
Ah! Dimenticavo.
Provando a strizzarmi entrambi gli occhi, quando la luce torna a delineare lo sfondo delle tele, in particolar modo nelle ultime interpretate, ammorbidite da tratti e toni più rilassati e da lune sospese, mi accorgo di voler sorvolare il fragile adagiarsi su cattedrali gentiliniane, e di cogliere invece, un imprevedibile istinto romantico da "ultimo Chagall".
Marie-Claire Delamichelle
|