Antonia Pozzi, poetessa degli Anni trenta |
Una nuova biografia critica di una docente del Verri, Graziella Bernabò, (Per troppa vita che ho nel sangue. Antonia Pozzi e la sua poesia, Viennepierre 2004), ripropone all’attenzione del pubblico la figura della poetessa Antonia Pozzi, sottovalutata durante la sua breve vita e attualmente molto apprezzata in Italia e all’estero.
Unica figlia di un avvocato di grido e di un’aristocratica di antico lignaggio, Antonia Pozzi apparteneva a una delle famiglie più ricche e prestigiose della Milano degli anni Trenta. Era inoltre colta, sportiva e, senza risultare appariscente, comunque graziosa, per la figura alta e sottile, i begli occhi azzurri e il sorriso dolcissimo. Insomma, sembrava aver avuto tutto dalla vita; perciò, quando nel dicembre del 1938, ad appena ventisei anni, decise di morire vicino alla Abbazia di Chiaravalle, la notizia del suo suicidio suscitò un senso enorme di sconcerto e di sgomento tra i familiari e gli amici, e, purtroppo, anche molti pettegolezzi in certi superficiali e fatui salotti della Milano “bene”. Peraltro, le illazioni su di lei si susseguirono nel tempo e sono continuate anche in epoche recentissime, mettendo talora in secondo piano quel valore poetico che, fin dagli anni Quaranta, Eugenio Montale aveva riconosciuto ai suoi versi.
Prescindendo dalla molta falsa aneddotica fiorita in margine alla sua tragica fine, ma sulla base di tutti i documenti a disposizione e di numerose, e spesso inedite testimonianze, il libro accompagna il lettore alla scoperta di una figura di donna ardente, appassionata, di mentalità molto aperta per il momento storico in cui visse e generosamente protesa verso il mondo esterno. Ai salotti altolocati, cui sembrava destinata per la sua collocazione sociale, Antonia Pozzi preferiva infatti l’ambiente dei giovani intellettuali milanesi che facevano riferimento alla filosofia innovatrice del professor Antonio Banfi e il quartiere popolare di piazzale Corvetto, dove aveva a lungo abitato il suo amico Dino Formaggio (che in seguito sarebbe diventato un illustre studioso di estetica). Qui, tra l’altro, Antonia si recava frequentemente presso la casa degli sfrattati di via dei Cinquecento per “fare del bene”, come, ricordando Antonia, ebbe a dire lo stesso professor Formaggio. E da quella realtà di miseria e di umana disperazione la giovane poetessa si sentiva afferrare fino in fondo, sentendosi sempre più disadattata nel mondo di ricchi nel quale si era trovata a vivere. Lo si vede fino in fondo in Via dei Cinquecento, una poesia del 27 febbraio 1927, verosimilmente dedicata all’amico Dino:
Pesano fra noi due
troppe parole non dette
e la fame non appagata,
gli urli dei bimbi non placati,
il petto delle mamme tisiche
e l’odore –
odor di cenci, d’escrementi, di morti
serpeggiante per tetri corridoi
sono una siepe che geme nel vento
fra me e te.
Ma fuori,
due grandi lumi fermi sotto le stelle nebbiose
dicono larghi sbocchi
ed acqua
che va alla campagna;
e ogni lama di luce, ogni chiesa
nera sul cielo, ogni passo
di povere scarpe sfasciate
porta su strade d’aria
religiosamente me a te.
Si intravede nella lirica citata, come in altre ambientate nella zona di Corso Lodi, Piazzale Corvetto, Porto di Mare e Chiaravalle, il gusto, che Antonia Pozzi condivideva con l’amico poeta Vittorio Sereni, per le periferie malinconiche e nebbiose e per la realtà umana che le caratterizzava, alla quale l’autrice si accostava con vero amore e non con un atteggiamento di distaccata carità.
La Bernabò, mentre, da una parte, sottolinea nella produzione poetica della Pozzi certi spunti caratteristici dei poeti della “linea lombarda”, dall’altra, vi coglie la presenza di un filone espressionistico-surreale di respiro piuttosto europeo che lombardo e italiano, e, soprattutto, la capacità di dar voce in modo originale al suo straordinario immaginario femminile.
Proprio questa fedeltà a se stessa e alla sua più autentica voce di donna fu il motivo per cui la sua poesia non fu né compresa né apprezzata nell’ambiente intellettuale banfiano, molto progressista per l’epoca fascista ma non ancora aperto alla comprensione dell’”alterità” femminile. Solo oggi i tempi sono finalmente maturi per riconoscere ad Antonia Pozzi tutta la sua grandezza, da cui il crescente interesse e l’amore suscitati nei lettori dalla sua raccolta di poesie, Parole (ultima edizione Garzanti, Milano, 2001), cui si sono appena aggiunti alcuni inediti (Poesia, mi confesso con te. Ultime poesie inedite, a cura di Onorina Dino, Viennepierre, Milano 2004).
Ci sarà una presentazione del libro “Per troppa vita che ho nel sangue” nei primi mesi del 2005, presso la Libreria delle Donne di via Calvi. Vi comunicheremo la data appena possibile. Patrizia Avena
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